Spizzichi & Mozzichi di Salute

L’industria a difesa del prodotto

Revolving door o porte a bussola.

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12 aprile 2014 HTA e conflitti di interesse negati

In Italia si parla molto raramente di conflitti di interesse (CdI) dei ricercatori e di revolving door, cioè porte a bussola, ovvero di dirigenti del settore pubblico che si mettono al servizio delle industrie che fino al giorno prima hanno regolato. Purtroppo sono invece assai frequenti. Ma poiché in Italia i ricercatori non hanno l’obbligo di rendere pubblici i CdI, è assai difficile penetrare la fitta nebbia che li nasconde.

In questo caso si tratta di conflitti che riguardano principalmente l’epidemiologia, ma non solo. E bisogna ringraziare lo sciovinismo francese se il ricercatore ha un nome e un cognome, quello di Paolo Boffetta, laurea e internato a Torino e, dopo fulgida carriera e ancora giovane (55 anni), lo troviamo associato all’università di New York dove insegna (udite udite!), anche medicina preventiva oltre che scienze oncologiche e oncologia medica, e direttore dell’istituto di epidemiologia traslazionale al Mount Sinai Hospital di New York, dopo essere stato per anni alla IARC International Agency for Research on Cancer di Lione. Uno dei famosi cervelli, emigrato in cerca di fortuna scientifica già negli anni 80. Quindi lontano ormai da molti anni, e quindi non dovrebbe interessarci più di tanto. Ma le sue frequentazioni italiane aprono spiragli “domestici”. E  le sue interferenze come consulente nelle grandi cause di casa nostra per danni ambientali e ai lavoratori rendono il personaggio di attualità.

Non contento del ruolo che ricopre, Boffetta presenta la sua candidatura per la direzione del Cesp, Centre de recherche en épidémiologie et santé des populations (Inserm-Université Paris-Sud) come dire 11 gruppi di ricerca e una produzione media di 200 articoli scientifici l’anno che sarà vacante a partire dai primi mesi del 2015. Ma i francesi sono attenti a chi si siede sulle loro poltrone. Non stupisce quindi che  mercoledì 18 dicembre 2013 sulle pagine di scienza e medicina del quotidiano francese Le Monde una colata di inchiostro riguardasse proprio Boffetta sotto il titolo Epidémiologie: des liaisons dangereuses (Epidemiologia: legami pericolosi).  E non è tutto: il 31 dicembre il quotidiano francese tornava sul tema con un altro articolo Polémique autour d’une nomination au somme de l’épidémiologie française.  Alle reazioni degli epidemiologi italiani, raccolte sulla homepage di Epidemiologia&Prevenzione, la rivista della società scientifica, ha dato risonanza  il 28 febbraio Riccardo Staglianò sulle pagine de Il Venerdì di Repubblica riprendendo la notizia con maggiori riferimenti alle recenti cause italiane: Montefibre di Verbania e ILVA di Taranto. A queste fonti rimandiamo perché a quanto da loro scritto c’è poco da aggiungere. Quello che a noi interessa indagare è un altro aspetto, e cioè come per anni punti fermi della ricerca quali la dimostrata cancerogenicità di alcune sostanze, vengano regolarmente rimessi in discussione da studi scientifici successivi. E come pratiche terapeutiche acquisite e poi dimostratesi inutili o addirittura dannose, vengano costantemente riproposte da studi successivi che ne documentano l’efficacia. Il lettore, frastornato dalla contraddittorietà delle notizie non sa a chi credere. Ma il meccanismo è assai semplice. Torniamo all’articolo di Le Monde.

Di Paolo Boffetta dice “una cima, uno degli epidemiologi più prolifici e influenti della sua generazione”: oltre 700 articoli scientifici pubblicati e poi libri e conferenze.

Ma, si domanda Le Monde, come sono state raccolte queste credenziali? … “i suoi detrattori lo descrivono come un mercenario, che da qualche anno è incatenato al ruolo di consulente delle industrie inquinatrici.  E sia nelle pubblicazioni scientifiche, sia nei tribunali, Boffetta relativizza i rischi legati alle loro attività o ai loro prodotti, anche se questi rischi sono ormai scientificamente consolidati”.

La tattica della relativizzazione e della minimizzazione è vecchia come il cucco. Negli Usa e in Europa sono fioriti istituti che si definiscono “di ricerca”, ma come l’epidemiologo della George Washington University, David Michaels, (ora sottosegretario alla sicurezza sul lavoro del governo Usa) ha ben spiegato nel suo libro Doubt is their Product, la strategia ha il compito di “produrre incertezza” cioè produrre studi che con cavilli ed eccezioni di ogni tipo mettono in dubbio le conclusioni della ricerca indipendente al fine di ritardare le misure cautelative che tutelerebbero la salute dei cittadini e dei lavoratori o di ridurre gli indennizzi da pagare ai danneggiati.

A inventare la strategia fu l’industria del tabacco (per minimizzare le conseguenze del fumo attivo e passivo). Ma ha fatto scuola. Oggi la stessa strategia viene messa in atto quando si parla di riscaldamento climatico, di zucchero, di obesità, negandone i danni. O di pratiche mediche considerate inefficaci o dannose dalla ricerca indipendente di cui invece, secondo i casi, si vantano i pregi o  si minimizzano i rischi. «I consulenti a difesa del prodotto hanno plasmato e distorto la letteratura scientifica, inventato o ingigantito le incertezze della scienza, e hanno influenzato le decisioni politiche a vantaggio degli inquinatori e dei produttori di sostanze nocive» scrive Michaels nell’introduzione.
Ma è proprio questo il ruolo dell’industria a difesa del prodotto.

A questo punto può essere interessante leggere il curriculum vitae di Boffetta.
Medici e ricercatori della facoltà di medicina Mout Sinai di New York interagiscono spesso con aziende farmaceutiche o produttrici di dispositivi o biotecnologie per migliorare le terapie, svilupparne di nuove e fare progressi. Ma per promuovere l’eticità e la trasparenza hanno l’obbligo di informare la facoltà di questi rapporti con l’industria elencandoli nel curriculum vitae che viene reso pubblico. E Boffetta nel suo CV precisa quali sono state queste relazioni negli anni 2012-2013. “Consulenze per conto di Environ global (v riquadro sotto), Eni SpA, Agenzia Europea dei Medicinali (EMA); Exponent (v riquadro sotto); Johnson & Johnson Pharmaceutical Research & Development, LLC; Monsanto Company”. Neppure tante quindi, direte voi. Infatti ci sono ricercatori che apparentemente hanno un maggior numero di conflitti di interesse. Inoltre la facoltà chiede di denunciare la proprietà di più del 5% di società quotate in borsa o il patrimonio netto di qualsiasi valore di società private. E in questo capitolo Boffetta parla dell’iPRI International Prevention Research Institute (v riquadro sotto), società della quale, in biografia, ha precisato di essere vice presidente.

Se si incrocia il CV di Boffetta con il libro di Michaels si scoprono alcuni punti di contatto. No, Michaels non fa il nome di Boffetta: nel grande mare dei medici che invece di occuparsi della salute dei pazienti scelgono di vendere le loro competenze agli interessi dell’industria Boffetta nel 2008 (quando fu pubblicato il libro) era un pesce piccolo. Ma sono spesso nominate sia la Environ global, sia la Exponent (quella cui si rivolse, per capirci, l’ILVA di Taranto, e che ha assoldato come periti di parte Boffetta e La Vecchia), entrambe invece molto citate da Michaels.

Quali sono le relazioni tra Boffetta e queste due aziende? (Il testo prosegue dopo i due riquadri)

ENVIRON Global
Questa azienda non dice molto alla maggior parte dei lettori. Ma il suo motto è “Da oltre 30 anni porta chiarezza all’intersecarsi di scienza, affari e politica” e la chiarezza la porta fornendo pezze giustificative di parte per le aziende.
Nel 2008 il 28enne Kim Kyung-mi, da 9 anni dipendente della Samsung, si era ammalato di leucemia. Aveva fatto causa all’azienda e, nonostante il trapianto di midollo, l’anno successivo era deceduto. Ma nell’aprile 2010 i casi di leucemia fra i dipendenti della Samsung erano aumentati . L’accusa si basava sull’uso in azienda di sostanze cancerogene come benzene, formaldeide e altri cancerogeni. La Samsung si rivolse alla Environ che studiò l’ambiente di lavoro per un anno e a conclusione produsse uno studio, cui collaborò anche Boffetta, che documentava come “all’interno dell’azienda gli standard di produzione erano entro i limiti accettabili per quanto riguarda l’esposizione ad agenti chimici e fisici” e che le evidenze scientifiche non supportano una relazione tra esposizione lavorativa e i sei casi di tumore denunciati”. Ma la perizia di parte non deve aver convinto i giudici di Seul, perché la sentenza è stata sfavorevole all’azienda.
Nel 2012 invece Environ e Boffetta grazie a un grant della REFHEE Research Foundations for health and Environmental effects, emanazione dell’ACC American Chemistry Council (come dire l’assochimica Usa) pubblicano uno studio sull’associazione fra formaldeide e leucemie e linfomi ovviamente negando ogni correlazione causale.
EXPONENT
Si chiama così dal 1998; prima si chiamava Failure analysis associates e si occupava di incidenti di vario genere, da quello dello space shuttle Columbia, all’assassinio di John Kennedy, a più banali incidenti automobilistici. Poi forse si convinse che il vocabolo “fallimento” (failure) nel nome non era una buona pubblicità e nel 1998 diventò Exponent. A lei si rivolgono un po’ tutti: l’American Beverage Association per confutare che il numero di bibite vendute dai distributori nelle scuole influisca sull’obesità crescente dei giovani. La Lockheed Martin per l’inquinamento delle falde con perclorato e correlati casi di tumore della tiroide. La Syngenta per confutare la correlazione tra un diserbante, l’atrazina, e l’aumento di tumori della prostata. La CropLife America per la correlazione tra alcuni fungicidi e il Parkinson. Boffetta ha fatto parecchi studi con il cappello della Exponent e questo gli ha consentito di non elencare i conflitti di interesse con le singole aziende: è il caso degli studi sul berillio, sulla Tcdd, sullo stirene, sull’atrazina trattati in modo approfondito dall’inchiesta pubblicata su Le Monde, ma anche quello pubblicato il mese scorso sugli gli interferenti endocrini in cui grazie al finanziamento di varie associazioni di produttori (American Chemistry Council ACC, CropLife America CLA, CropLife Canada CLS, CropLife Internationa CLI, European Chemical industry council Cefic e European Crop Protection association ECPA), critica le conclusioni della ricerca condotta dall’Oms su queste sostanze, ricerca che esplicita gravi preoccupazioni per gli effetti degli interferenti endocrini sullo sviluppo sia degli esseri umani sia della fauna selvatica. Tutte quelle aziende sarebbero dovute finire nel curriculum per la Mount Sinai. Ma grazie a Exponent Boffetta se le risparmia. Anche se nei conflitti di interesse personale nella pubblicazione deve ammettere di essere stato perito di parte in un processo per Pcb oltre che consulente di industrie e di governi su questo tema. Così come, allo stesso modo, nel curriculum della Mount Sinai non segnala il finanziamento della American Meat Institute foundation emanazione dell’Assocarni degli Usa per un articolo in cui minimizza la cancerogenicità di nitriti e nitrati, sostanze definite “probabili cancerogeni (Gruppo 2A) in una monografia IARC

Nel libro di Michaels non compare invece la terza azienda, quella di cui Boffetta è stato fino a poco tempo fa vice presidente, e di cui detiene un consistente pacchetto di azioni, la IPRI International preventive research instititute. Nel libro, pubblicato nel 2008, non può esserci anche perché è stata fondata l’anno successivo. 

In questo caso  l’elenco dei “partners” è interessante. Pare di capire che l’iRPI non serva tanto a difendere  le aziende inquinanti, quanto a sfornare ricerca che dimostra l’utilità di interventi medici messi in discussione dalla ricerca indipendente: nell’elenco dei partner ci sono praticamente tutte le aziende farmaceutiche e molte aziende produttrici di tecnologia. (Il testo prosegue dopo il riquadro) 

IPRI International preventive research institute
L’Istituto risulta fondato nel 2009 da Peter Boyle, il quale, dopo due mandati allo IARC di Lione, l’ultimo come direttore dell’importantissima istituzione dell’OMS, decise di mettersi in proprio con questa azienda che, guarda caso, ha base proprio a Lione. Si propone come ente di ricerca, ma di fatto altro non è che un punto di incontro tra la richiesta di studi a favore dell’industria e ricercatori disposti a produrre expertise scientifica a loro favore. Tra gli uni e gli altri, incredibile coincidenza, ben tre casi di revolving door o porta a bussola che dir si voglia, cioè di passaggio diretto dal ruolo di funzionario in un ente regolatore (quindi con tutti i contatti e l’influenza nei confronti dei funzionari che ancora vi lavorano) e il ruolo di consulente delle industrie che precedentemente aveva regolato. Questa pratica è assai criticata. La domanda è: si possono tutelare prima gli interessi dei pazienti o dei lavoratori e poi quelli delle industrie farmaceutiche o degli inquinatori? O le revolving door giustificano dubbi sulla correttezza di questi manager anche nel precedente svolgimento dei compiti istituzionali? Oltre a Boyle infatti gli altri casi di revolving door dell’iPRI sono per esempio Donato Greco, per 4 anni direttore del dipartimento di prevenzione del ministero della salute, e precedentemente per 32 anni direttore del centro di epidemiologia dell’Istituto superiore di sanità italiano. Inoltre è atteso Harry Burns, da 8 anni Chief Medical Officer di Scozia, come dire il ministro della salute, destinato a diventare condirettore di IPRI al posto di Boffetta.
Ma ci sono anche molti ricercatori che mantengono il piede in due scarpe. Oltre Boffetta fra gli azionisti, secondo Le Monde, c’è anche Carlo La Vecchia associato di epidemiologia all’Università statale di Milano (da una quindicina di giorni sparito dalla pagina dell’iPRI) e fra i ricercatori era elencata anche Eva Negri, (moglie di La Vecchia e ricercatrice, anche lei ora sparita dalla presentazione di iPRI): i due coniugi avevano contemporaneamente ruoli di ricerca anche dirigenziale nell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano. Senza molto rumore e con una comunicazione interna datata 28 febbraio, e firmata dal direttore Silvio Garattini, gli altri dipendenti del Mario Negri sono stati informati che “Il Prof Carlo La Vecchia ha rassegnato le dimissioni da Capo Dipartimento Epidemiologia per ragioni professionali. Ci auguriamo che possa ritornare a riprendere la sua posizione appena possibile.
Nel frattempo la responsabilità del Dipartimento viene assunta ad interim dal sottoscritto”.
Fra i ricercatori italiani dell’iPRI ci sono anche Sara Gandini, laurea in statistica, presidente di EuroSkin e senior investigator all’IEO di Milano dove ha studiato il ruolo della vitamina D nella prevenzione del melanoma. E sempre all’IEO fa riferimento anche Umberto Veronesi, inserito nel comitato etico di iPRI

In Europa nessun ricercatore è obbligato a dire per chi lavora. In teoria in Italia dovrebbe dirlo al superiore, ma come vedremo in altri post i conflitti di interesse sono in gran parte taciuti. Queste aziende infatti hanno anche un’altra funzione: facendo da intermediarie tra l’industria e il ricercatore gli consentono di tacere nel curriculum l’effettivo numero delle aziende per le quali lavora. E questo consente al ricercatore di ricoprire anche ruoli pubblici collaborando per esempio alla stesura di linee guida nazionali o di HTA gli health technology assessment, cioè le valutazioni delle tecnologie mediche.  Ma anche questo lo vedremo nei prossimi post.